La risicoltura sta vivendo una situazione gravissima e “dall’inizio della crisi ha chiuso quasi una azienda su cinque che opera nel settore”. Lo rimarcano i vertici di Coldiretti Vercelli-Biella, il presidente Paolo Dellarole e il direttore Marco Chiesa, nell’evidenziare la portata di una di crisi divenuta ormai insostenibile “e che sta addirittura precipitando nel 2014 con la perdita di posti di lavoro e pericoli per la sicurezza alimentare dei consumatori a causa dell’invasione di riso proveniente dall’Asia”.
Un quadro che ha portato i risicoltori italiani di Coldiretti a scendere in piazza in tutte le regioni del riso: cuore della mobilitazione è stato il Piemonte, dove a Torino, in una piazza Castello colorata di giallo, i produttori risicoli di Vercelli-Biella (partecipazione davvero massiccia) questa mattina hanno allestito anche una vera risaia.
Dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto all’Emilia fino in Sardegna, i risicoltori hanno dunque fatto sentire alta la voce: a Torino, con il presidente nazionale di Coldiretti Roberto Moncalvo, è intervenuto anche il presidente interprovinciale Dellarole.
Ai vertici della Regione Piemonte, il presidente Sergio Chiamparino e l’assessore all’agricoltura Giorgio Ferrero è stato presentato il Dossier Coldiretti per denunciare il rischio di estinzione di una coltivazione importante per la salute, il territorio e l’occupazione.
“La situazione è ora drammatica per le speculazioni sull’import dai Paesi asiatici che stanno schiacciando i produttori piegati da costi che hanno abbondantemente superato i ricavi per la varietà Indica. Le importazioni agevolate a dazio zero dalla Cambogia e Myanmar hanno fatto segnare un aumento del 754 per cento nei primi tre mesi del 2014 rispetto allo scorso anno. A rischio c’è anche la salute dei consumatori, come evidenzia il sistema di allerta rapido Europeo (RASFF) che ha effettuato quasi una notifica a settimana per riso e prodotti derivati di provenienza asiatica per la presenza di pesticidi non autorizzati e assenza di certificazioni sanitarie, nel primo semestre dell’anno. In Italia l’incremento delle importazioni a dazio zero ha comportato, nel tempo, la riduzione della coltivazione di riso varietà Indica, che nel 2014 evidenzia una riduzione di 15.446 ettari (-21,6 per cento)”.
Per il presidente della Coldiretti Moncalvo, il riso Made in Italy è una realtà da primato per qualità, tipicità e sostenibilità: essa va difesa l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del prodotto. È inoltre necessaria l’applicazione della clausola di salvaguarda nei confronti delle importazioni incontrollate da Paesi in cui, peraltro, le metodologie di lavoro e di coltivazione seguono regole molto diverse dalle nostre: una concorrenza sleale – dal punto di vista economico, ma anche etico - alla quale i produttori italiani vogliono dire basta.
E ancora, per Coldiretti si rende necessaria l’istituzione di un’unica borsa merci nazionale e una forte implementazione dell’attività di promozione dell’Ente Nazionale Risi; chiediamo infine i dati ufficiali sulla destinazione industriale del prodotto importato dall’estero.
L'accordo Everything But Arms (Tutto tranne le armi) che ha portato all’azzeramento dei dazi ha favorito l’insediamento di multinazionali in Paesi meno avanzati dove hanno fatto incetta di terreni e si coltiva riso senza adeguate tutele del lavoro e con l’utilizzo di prodotti chimici vietati da decenni nelle campagne italiane ed europee. Dallo sfruttamento in Asia alle speculazioni in Europa dove il riso indica lavorato cambogiano arriva in Italia ad un prezzo riferito al grezzo inferiore ai 200 euro a tonnellata, pari a circa la metà di quanto costa produrlo in Italia nel rispetto delle norme sulla salute, sulla sicurezza alimentare e ambientale e dei diritti dei lavoratori, secondo il Dossier della Coldiretti. Con rischi anche per i consumatori perché la produzione straniera può essere spacciata come nazionale non essendo obbligatorio indicare in etichetta l’origine nelle confezioni in vendita.
