Una tradizione tra fede e cultura della terra, tanto più sentita nelle province di Vercelli e Biella, distinte da una forte cultura rurale: è quella di Sant’Antonio Abate che il calendario liturgico festeggia dopodomani, giovedì 17 gennaio.
Una festa che ogni borgo agricolo vivrà con la Messa e la partecipazione degli agricoltori, con i loro mezzi agricoli e i loro animali: nella città di Vercelli, uno degli eventi più attesi è la celebrazione dell’arcivescovo mons. Enrico Masseroni nella chiesa della Confraternita di Sant’Antonio Abate. Annunciata la presenza delle autorità civili e militari: la benedizione degli animali sarà al termine di tutte le celebrazioni eucaristiche.
A Biella, invece, la chiesa di San Giacomo al Piazzo aprirà le porte anche agli animali domestici durante la Santa Messa, purchè in compagnia dei propri padroni (succede anche in altre chiese italiane, come la Basilica di San Giovanni dei Fiorentini a Roma o alla chiesa di Sant’Angelo in via Moscova a Milano, mentre nella Basilica di San Pietro, in Vaticano, gli animali saranno ammessi dinanzi al colonnato del Bernini).
Nei pressi della francese Arles, città gemellata con Vercelli, nacque poco dopo il Mille il primo hospitium antoniano, per opera dei monaci benedettini dell’abbazia di Montmajeur e del nobile Gaston de Valloire che decise la costruzione dell’ospedale dopo la guarigione del figlio dal “fuoco di sant’Antonio”: la fondazione della confraternita sarà il primo passo del successivo Ordine ospedaliero dei canonici regolari di Sant’Agostino di Sant’Antonio Abate (gli Antoniani) che sarà approvato nel 1095 dal Papa Urbano II al Concilio di Clermont.
“Una festa per gli agricoltori e gli allevatori, di antica origine e ancor oggi celebrata come un tratto d’unione tra le generazioni che operano nel settore primario” commentano il direttore e il presidente di Coldiretti Vercelli e Biella, Paolo Dellarole e Domenico Pautasso.
Sant’Antonio nacque a Coma nella lontana terra d’Egitto in tempi remoti (si pensa nell’anno 251), distribuì ai poveri la cospicua eredità paterna e intraprese una vita di riflessione come eremita: si dedicò poi al conforto dei sofferenti e dei cristiani perseguitati e aiutando Sant’Atanasio nella sconfitta dell’eresia ariana che, in quel tempo, si stava diffondendo nel primo mondo cristiano.
E’ proprio Sant’Atanasio che ne racconta l’opera nella “Vita Antonii” riferendo anche l’anno della sua morte, avvenuta nel 357 (secondo le fonti, sarebbe dunque ultracentenario) nelle lande desolate della Tebaide, dove si era ritirato dedicandosi alla cura del proprio piccolo orto.
